Che cosa resta di un anno scolastico?
20/06/2012
Ci vuole coraggio per certe domande.
Riassumere in poche battute quello che accade nel vorticoso spazio di 200
giorni è impossibile. Basta un anno scolastico perché ogni studente e ogni
docente abbia materia sufficiente per scrivere uno o due romanzi.
Credo sia la scuola ad avermi costretto a diventare una blogger, altrimenti
sarei rimasta schiacciata da tutte le storie che ogni anno mi capita di attraversare,
vivere, sfiorare. Scrivere è usare una rete da pesca: ha la sua paradossale
forza nei buchi, che lasciano passare l’ovvio della vita, e nei nodi, che
trattengono ciò che si nasconde e sfugge sempre. Provo a tirare su le reti:
dopo un anno che cosa resta?
Gli eventi ci impastano e dentro di noi siamo alla ricerca del centro che
non siamo disposti a negoziare con niente e nessuno, il lievito che, nel mutare
continuo delle circostanze, ci permette di dare ampio consenso alla vita senza
esserne vittime. È così a 37 anni, figuriamoci tra i 14 e i 18. Ogni anno è una
vita in miniatura a quell’età, e quei 200 giorni un’esistenza in carne viva
come è la pelle dell’adolescenza, durante la quale il mutamento è la regola e
il rifiutare il mondo il suo corollario. Che cosa posso mai accettare, se non
riesco ad accettare chi sono neanche per un giorno?
Per questo scrivo ai ragazzi attraverso il blog.
Il verbo latino adolescere
viene da una radice che indica il “portare a compimento qualcosa” e il
participio passato di questo verbo latino è adultus. Per diventare adulti
bisogna “adolescere” bene. Da adulti poi bisognerebbe mantenere ciò per cui
l’adolescenza è fatta: trovare per che cosa valga la pena giocarsi la vita
futura, senza compromessi, con quella fame di verità, bellezza e autenticità
che è la costante delle centinaia di ragazzi che ho incontrato in questi anni a
diverse latitudini del nostro Paese.
Quando ci decideremo a rinnovare il paradigma che interpreta le età della
vita come compartimenti stagni da superare e chiudersi alle spalle? Quando
cominceremo a raccontare la vita come continuum in cui le età si mescolano
continuamente e ritornano, soprattutto quando alcune fasi sono state
trascurate? Solo così trasformeremo l’adolescenza da una malattia ad una
possibilità, l’adolescente da oggetto da risolvere a soggetto capace di creare.
Ma questa è un’altra storia.
Che cosa resta di quest’anno? Voti? Interrogazioni? Compiti? Programmi?
Scartoffie? Note? Tutto questo lo laveranno via le prime settimane di vacanze.
Quello che resta è invece la solita umile, usata, difficilissima arte di
vivere: quanto sono cresciuto nell’amore ai miei colleghi e ai miei studenti?
Purtroppo non ha memoria la vita se non dell’amore declinato nelle sue
molteplici e quotidianissime forme: quanto tempo dedicato a quella lezione per
raccontarla proprio a quegli studenti, diversi da quelli dell’anno prima?
Quanto tempo trascorso con un collega in cerca di strategie migliori per la
loro crescita? Quanto tempo dedicato al quaderno con una pagina per ogni alunno
con su scritti i punti forti e i punti deboli, per aiutarlo a superare i
secondi grazie ai primi? Quanto tempo speso con ragazzi al di fuori dall’ora di
lezione? E quanto tempo perso a sparlare e demolire?
Qualche giorno fa, in un momento di sconforto burocratico, ho formulato una
legge: somma il numero di ore impiegate a parlare dei e con i ragazzi, sottrai
il numero di ore dedicate a compilare carte e registri. Il risultato, spesso
purtroppo negativo, è la scuola italiana.
E che cosa resterà di una scuola così? Quelle riunioni, quelle scartoffie? Non credo, nessuno vive e lavora per queste cose. Resteranno le vite dei ragazzi e le nostre, mutate e maturate con le loro, per un più pieno compimento nostro e loro.
E che cosa resterà di una scuola così? Quelle riunioni, quelle scartoffie? Non credo, nessuno vive e lavora per queste cose. Resteranno le vite dei ragazzi e le nostre, mutate e maturate con le loro, per un più pieno compimento nostro e loro.
Spesso ho sentito dire da alcuni colleghi che noi siamo seminatori di dubbi.
Io preferisco dire seminatori di domande. Ma prima dobbiamo trovare il coraggio
di porle a noi stessi: che cosa resta di quest’anno?
A voi ragazzi cosa resta di quest'anno di scuola e in cosa possiamo migliorare?